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Francesco Chiantese: la lezione del lombrico.

19 mar 2021
Tempo di lettura: 3 min




Credo si sia concluso troppo rapidamente che in questo momento le comunità abbiano bisogno di "intrattenimento", "distrazione"; e credo si bestemmi nell'affermare che il compito dei teatranti in questo momento sia soddisfare questo bisogno. Che in questa tragedia ci sia un istinto che spinge le persone a spegnere il cervello, a non "occuparsi" delle cose, a disimpegnarsi è ovvio; la bulimia di serie televisive in streaming ne è testimonianza, la bassa qualità di certa televisione è la risposta a questo istinto.


Che anche i teatranti si impegnino ad assecondare questo istinto è squalificante per l'arte che in teoria praticano e che si ostinano a dire di praticare anche quando in realtà stanno facendo tutt'altro (tipo lo streaming). E' una scelta di comodo, nella migliore delle ipotesi, è approfittarsi di un istinto che annichilisce, nella peggiore, è semplice mercimonio quasi sempre.


La funzione del teatro, in questi momenti complessi, di certo non è la "distrazione"; amare il pubblico non vuol dire scegliere di "distrarlo". Anzi, questo è proprio disinteressarsi al pubblico, fermarsi alla soddisfazione di un istinto di fuga senza farsi domande e senza farsi carico di ciò che può far bene alla comunità, di quella che può essere la nostra funzione sociale: il teatro sociale, quello che è tale anche se non c'è un finanziamento a dargli una definizione, quello rivolto a tutti senza distinguo e per questo meno riconoscibile o meno riconosciuto, quello che contiene in sé la definizione stessa del teatro.

Il teatro che è sociale, dicevo, dovrebbe applicare adesso la sua funzione di attivatore di processi di metabolizzazione del vissuto; dovrebbe farsi carico di tutto questo dolore sostenendo la comunità nella sua catarsi, nella sublimazione, andando a recuperare quella funzione propria dei riti collettivi. Catarsi, non dimenticanza; superamento e non nascondimento.


La differenza sostanziale tra il prendersi per mano e, con delicatezza, procedere, andare avanti, muoversi attraverso la complessità di questo tempo o al contrario cercare follemente di buttare il dolore sotto il tappeto, rinchiuderlo nell'armadio di quattro risate e di affermazioni che non affermano, dette per dire, vuote di un vuoto che risucchia il senso e che sbrodola egoticamente sulla realtà.

Il teatro ha il compito di metabolizzare il presente e restituirlo in forma di humus, di ricchezza capace di destrutturare immaginari e costruire un nuovo modo di approcciarsi al vero.

Con gli allievi di bottega stiamo lavorando a Pittura su legno di Bergman; a partire dalle danze macabre, e sta tutta li, in quelle danze, la lezione che dovremmo ripassare noi teatranti.




La morte non si cancella con due risate ed una soluzione scenica; la morte si invita a danzare con sé, per osservarla nel volto, per rappacificarci con essa, perché quando arriva il suo momento noi si abbia la forza (che ci manca in questi tempi) di considerarla quella che è: qualcosa di organico, di appartenente alla vita, qualcosa che ci lascia addosso il lutto, è vero, il dolore: un dolore con cui costruire una relazione, attraverso il rito, attraverso il teatro, ed arrivare fino a ridere, si, ridere davvero, ridere serenamente.

Non per distrazione ma per metabolizzazione. Non si scaccia quello che fa parte della vita. E' codardia sociale. Ci è chiesto, invece, di essere coraggiosi. Del resto siamo teatranti.

Questa funzione del sociale io la chiamo "lezione del lombrico"; perché viene chiamata pretenziosa da chi si disinteressa del pubblico, ed invece è umile accettazione di una funzione sociale a cui stiamo rinunciando.

Perché una risata ed un nonsense, uno streaming ed un finanziamento, sono molto più facili da vivere.



18 marzo 2021


* FRANCESCO CHIANTESE

Direttore artistico presso Accademia Minima

Regista, attore, autore, pedagogo teatrale

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