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18 ott 2021
Tempo di lettura: 2 min





Non era difficile in quei tempi (parliamo degli anni '70 del Novecento) avere idee personali e collettive teorico-pratiche quanto a creatività, gestione dell'immagine, schieramento politico, adesione ad un movimento rivoluzionario contro l'industria discografica e contro i grandi organizzatori di concerti.


Un periodo di fermenti sociali crea sempre e necessariamente anche gli strumenti per rendere * artist* visibili, indipendenti e riconoscibili nel modo giusto, quello che oggi (secondi vent'anni del 3° millennio) manca quasi del tutto.




Ci sono sì sacche di resistenza, ma disunite e non comunicanti, e quindi maggiormente minacciate dall'auto-estinzione per mancata collaborazione.


Mancano volontà di condivisione e compartecipazione a progetti pensati per fondare una Nuova Cultura adatta a questi tempi bui, autoreferenziali e univoci; manca un Circuito alternativo di spazi giusti, capaci di far crescere una Scena Artistica che ha qualche cosa di veramente interessante da dire ma che non trova opportunità, perché il requisito principale che il Sistema oggi ti richiede è esclusivamente quello del rientro economico per l' "investitore", che sia il discografico o il gestore dello spazio musicale/artistico, oppure, addirittura, del guadagno fine a se stesso, slegato da una programmazione di qualità e/o volto esclusivamente all'intrattenimento del pubblico.




A questo buio c'è una sola risposta e sta tutta nella volontà di confrontarsi da Nord a Sud per una scelta di campo d'azione e compartecipazione; si tratta di spacciare progetti a chi sa ancora ascoltare e, di conseguenza, creare alternative; si tratta di avere idee per uno sviluppo creativo con il fine di trovare tutt* assieme un fil-rouge che leghi più realtà artistiche, per dare visibilità ai tanti lavoratori/lavoratrici ancora pers* nel sommerso, o spesso illusi nei risicati spazi virtuali offerti dai mass-media e dai social.


Non bastano le uscite personali dal Sistema, non serve a niente che uno si salvi mentre cento altr* brancolano ancora nei sottoscala e nei torrenti carsici della produzione e della creazione clandestina tout-court; se sapremo tutt* assieme riformulare dei sani princìpi contemporanei di condivisione e autodefinizione dal basso, allora si potrà dire che gli incontri tra varie e distinte/diverse realtà potranno trasformarsi finalmente in materiali concreti per una vera ripartenza dal basso del Circuito Artisti-Promotori.


Fissiamo una data e un contesto in cui ritrovarci e riscriviamo il presente nell'interesse di una Nuova Creatività Indipendente.



Lo staff del MONK_The Real Secret Stage

18 ottobre 2021

2 apr 2021
Tempo di lettura: 5 min





Dal Piccolo Teatro Grassi di Milano al Mercadante di Napoli, gli operatori dello spettacolo hanno avviato assemblee permanenti: chiedono una riforma strutturale del settore che rimetta al centro il lavoro, il salario e i diritti dei lavoratori. Le loro storie.




Nel chiostro del Piccolo Teatro Grassi di Milano, dove un gruppo di lavoratori dello spettacolo ha aperto un’assemblea permanente, c’è uno striscione dove si legge: “Diritti, dignità, reddito, cultura”. Lo spazio è stato occupato lo scorso 27 marzo, Giornata mondiale del teatro, dal Coordinamento spettacolo della Lombardia, che riunisce i professionisti del settore nella Regione, in segno di protesta contro la chiusura dei luoghi della cultura e per denunciare le difficili condizioni di chi è arrivato a non avere un reddito dal marzo dello scorso anno a causa della pandemia da Covid-19.

Sta succedendo lo stesso nel Teatro Mercadante di Napoli, dove il Coordinamento arte e spettacolo della Campania ha aperto un presidio permanente nel ridotto dello stabile.

E a Padova dove, dopo una prima occupazione del Teatro Verdi, ora i comitati dei lavoratori e delle maestranze stanno portando avanti incontri e discussioni su come riformare il settore per garantire i diritti dei suoi operatori.


“Serve una modifica strutturale del nostro lavoro perché gli interventi una tantum, usati finora nell’emergenza sanitaria, non possono più essere la strada da percorrere. I ristori non si sono mostrati sufficienti e spesso sono arrivati in ritardo. Bisogna uscire dalla logica dei bonus”, spiega ad Altreconomia Roberto Cirrilo. Fonico, e membro del Coordinamento lombardo, racconta che nel 2020, con la chiusura dei luoghi della cultura e la cancellazione di spettacoli ed eventi, ha perso l’80% del suo reddito. La drammatica situazione del settore è stata fotografata dall’Osservatorio dello Spettacolo Siae in una ricerca pubblicata lo scorso febbraio che prende in considerazione il periodo tra marzo 2020, quando nel primo lockdown sono stati annullati tutti gli spettacoli di qualsiasi natura, a dicembre 2020: rispetto all’anno precedente, gli eventi sono diminuiti del 69,29%, gli ingressi hanno avuto un calo del 72,90%, la spesa al botteghino è scesa del 77,58% mentre quella del pubblico ha avuto una riduzione pari al 82,24% con pesanti ricadute sui livelli occupazionali.


I lavoratori riuniti nell’assemblea permanente del Piccolo -lo spazio che per i fondatori Giorgio Strehler, Paolo Grassi e Nina Vinchi doveva essere il teatro d’arte per tutti- stanno elaborando una proposta di riforma del settore da presentare alle istituzioni. “Chi opera nello spettacolo ha di per sé una forma di lavoro discontinuo, caratterizzato da momenti in cui si è fermi per cause involontarie. Questo è il primo punto su cui intervenire, per esempio attraverso l’istituzione di un regime contributivo e assicurativo che compensi le giornate di non occupazione e sostenga il reddito”, spiega Cirillo. Il modello di riferimento è quello in vigore in Francia, dove lo scorso marzo è stato occupato il Teatro Odéon di Parigi seguito da decine di esperienze simili su tutto il territorio nazionale.

Nel Paese esiste il riconoscimento della condizione di “intermittente dello spettacolo”, un sistema di prevenzione che consente a chi ha accumulato almeno 507 ore di lavoro in dodici mesi, con un contratto a tempo determinato, di avere accesso al sussidio di disoccupazione per altri 12 mesi. “Vogliamo avvicinarci a un meccanismo simile, implementando anche il reddito di continuità come strumento compensativo rispetto agli altri ammortizzatori”, aggiunge Cirillo.







La stessa prospettiva è adottata a Napoli dal Coordinamento arte e spettacolo della Campania: i lavoratori, dai macchinisti agli attori, hanno aperto un’assemblea permanente nel ridotto del Teatro Mercadante, che ha avuto il sostegno anche della direzione dello stabile. “Una delegazione di dieci lavoratori e lavoratrici ha ottenuto l’autorizzazione a proseguire con un presidio diurno durante il quale continuiamo a elaborare le nostre proposte”, spiega Samos Santella, tecnico luci che fa parte del Coordinamento. “Stiamo lavorando insieme al gruppo di Milano e un riconoscimento è arrivato anche dall’Odéon di Parigi. Una volta definito un piano di interventi, crediamo sia necessario avviare un tavolo con il ministero della Cultura, del Lavoro e del Turismo”, aggiunge.

I lavoratori chiedono di riformare gli ammortizzatori sociali, di emanare provvedimenti volti a finanziare le piccole realtà del settore e superare il sistema dei bonus. “Il punto di forza di quanto sta accadendo è che non si tratta di una battaglia singola ma di rivendicazioni che riguardano tutto il settore. La nostra iniziativa ha un valore collettivo”, conclude.







È stato fondato con l’obiettivo di porre attenzione sulla crisi del settore, e sui problemi interni che lo caratterizzano, anche il collettivo Sarte di scena. Nato nel marzo 2020 durante il periodo del primo lockdown, è uno spazio auto-organizzato che riunisce le maestranze dello spettacolo e, in particolare, le sarte. “Quanto sta succedendo mostra il poco valore assegnato alla cultura e alla professionalità di chi ci lavora, raggiunta con anni studio, corsi di specializzazione, fatiche”, spiega Silvia Varotto, membro del collettivo, che ha partecipato all’occupazione del Teatro Verdi di Padova.

Sarta, laureata all’Accademia delle belle arti di Venezia, ha lavorato per anni al Teatro la Fenice. Il suo ultimo spettacolo, andato in scena il 6 marzo 2020, è stato “Elisir d’amore”, opera lirica di Gaetano Donizetti. Da quel giorno non ha più avuto un impiego.

“Nel teatro, e in particolare nelle fondazioni lirico-sinfoniche, le sarte sono spesso lavoratrici a intermittenza. Questo vuol dire che non hanno diritto alle ferie pagate, alla malattia, al trattamento di fine rapporto. Una condizione di estrema precarietà, su cui pesano anche stereotipi di genere, che rende anche ricattabili, soprattutto in un ambiente piccolo come il nostro, dove spesso si lavora a chiamata. E dove i salari sono bassi nonostante la nostra figura professionale sia altamente specializzata”, aggiunge. “La precarietà di cui già eravamo vittime, adesso si è mostrata con evidenza. Ho colleghe che non hanno ricevuto i ristori e purtroppo molte ormai hanno cambiato lavoro”.


A Padova, con l’obiettivo di avviare percorsi di mutuo aiuto, il collettivo Maestranze dello spettacolo del Veneto e l’associazione Solifer hanno aperto uno sportello di supporto psicologico. “L’occupazione del Verdi è stato un gesto simbolico molto forte ma non si esaurisce qui. Sebbene l’occupazione sia terminata, è rimasto il processo di elaborazione che ci aveva portato a entrare nel teatro.


Pensiamo che ora sia venuto il momento di un coordinamento tra tutte le persone che ormai sono senza lavoro da più di un anno. Di rimettere al centro la riflessione sul lavoro, i diritti, il salario”, spiega Jacopo Pesiri di Maestranze, cantante d’opera che, dopo un anno di fermo, adesso ha un altro impiego. “Ma il modello va cambiato, non si può ritornare a come eravamo”. Il primo marzo il Comune di Padova ha aperto un bando per supportare il settore della cultura, dell’arte e dello spettacolo che prevede un fondo da 250mila euro volto a sostenere rassegne culturali, artistiche e i progetti. “È una nostra prima vittoria”.





Marta Facchini — 2 Aprile 2021, in "altreconomia.it"





Credo si sia concluso troppo rapidamente che in questo momento le comunità abbiano bisogno di "intrattenimento", "distrazione"; e credo si bestemmi nell'affermare che il compito dei teatranti in questo momento sia soddisfare questo bisogno. Che in questa tragedia ci sia un istinto che spinge le persone a spegnere il cervello, a non "occuparsi" delle cose, a disimpegnarsi è ovvio; la bulimia di serie televisive in streaming ne è testimonianza, la bassa qualità di certa televisione è la risposta a questo istinto.


Che anche i teatranti si impegnino ad assecondare questo istinto è squalificante per l'arte che in teoria praticano e che si ostinano a dire di praticare anche quando in realtà stanno facendo tutt'altro (tipo lo streaming). E' una scelta di comodo, nella migliore delle ipotesi, è approfittarsi di un istinto che annichilisce, nella peggiore, è semplice mercimonio quasi sempre.


La funzione del teatro, in questi momenti complessi, di certo non è la "distrazione"; amare il pubblico non vuol dire scegliere di "distrarlo". Anzi, questo è proprio disinteressarsi al pubblico, fermarsi alla soddisfazione di un istinto di fuga senza farsi domande e senza farsi carico di ciò che può far bene alla comunità, di quella che può essere la nostra funzione sociale: il teatro sociale, quello che è tale anche se non c'è un finanziamento a dargli una definizione, quello rivolto a tutti senza distinguo e per questo meno riconoscibile o meno riconosciuto, quello che contiene in sé la definizione stessa del teatro.

Il teatro che è sociale, dicevo, dovrebbe applicare adesso la sua funzione di attivatore di processi di metabolizzazione del vissuto; dovrebbe farsi carico di tutto questo dolore sostenendo la comunità nella sua catarsi, nella sublimazione, andando a recuperare quella funzione propria dei riti collettivi. Catarsi, non dimenticanza; superamento e non nascondimento.


La differenza sostanziale tra il prendersi per mano e, con delicatezza, procedere, andare avanti, muoversi attraverso la complessità di questo tempo o al contrario cercare follemente di buttare il dolore sotto il tappeto, rinchiuderlo nell'armadio di quattro risate e di affermazioni che non affermano, dette per dire, vuote di un vuoto che risucchia il senso e che sbrodola egoticamente sulla realtà.

Il teatro ha il compito di metabolizzare il presente e restituirlo in forma di humus, di ricchezza capace di destrutturare immaginari e costruire un nuovo modo di approcciarsi al vero.

Con gli allievi di bottega stiamo lavorando a Pittura su legno di Bergman; a partire dalle danze macabre, e sta tutta li, in quelle danze, la lezione che dovremmo ripassare noi teatranti.




La morte non si cancella con due risate ed una soluzione scenica; la morte si invita a danzare con sé, per osservarla nel volto, per rappacificarci con essa, perché quando arriva il suo momento noi si abbia la forza (che ci manca in questi tempi) di considerarla quella che è: qualcosa di organico, di appartenente alla vita, qualcosa che ci lascia addosso il lutto, è vero, il dolore: un dolore con cui costruire una relazione, attraverso il rito, attraverso il teatro, ed arrivare fino a ridere, si, ridere davvero, ridere serenamente.

Non per distrazione ma per metabolizzazione. Non si scaccia quello che fa parte della vita. E' codardia sociale. Ci è chiesto, invece, di essere coraggiosi. Del resto siamo teatranti.

Questa funzione del sociale io la chiamo "lezione del lombrico"; perché viene chiamata pretenziosa da chi si disinteressa del pubblico, ed invece è umile accettazione di una funzione sociale a cui stiamo rinunciando.

Perché una risata ed un nonsense, uno streaming ed un finanziamento, sono molto più facili da vivere.



18 marzo 2021


* FRANCESCO CHIANTESE

Direttore artistico presso Accademia Minima

Regista, attore, autore, pedagogo teatrale

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