Capitalismo + Social = - Creatività.
Come il capitalismo dei social prosciuga il desiderio e desertifica l’esperienza creativa.

Il capitalismo social ha cambiato fin nel midollo anche la produzione musicale, a partire dalla fruizione.
Esistono precedenti di nuovi supporti in grado di cambiare paradigmi (con le audiocassette fiorisce il mixtape, inteso come compilation di brani da ascoltare come colonna sonora dei propri spostamenti, il digitale disintegra l’importanza dell’album, e così via), ma l’impatto sulla produzione che hanno le piattaforme di streaming come Spotify è davvero massiccio. Lo spiega bene in una riflessione a più puntate Cristiano Godano, leader dei Marlene Kuntz, su 'Rolling Stone', ma provo a riassumere qui semplificando: l’industria musicale attuale ha sbilanciato totalmente le entrate dalla vendita dei supporti materiali (sebbene i vinili abbiano visto un’inaspettata rinascita nell’ultimo decennio) a quelle legate agli streaming.
Piattaforme come Spotify o Youtube favoriscono l’ascolto ripetuto e ossessivo degli adolescenti, la velocità e la facilità di passaggio da un brano all’altro, automatizzata e incanalata dall’algoritmo, servono a moltiplicare gli streaming. Non a caso, da quando è esplosa Spotify anche nel nostro paese, la classifica di album e singoli più venduti (calcolata dalla Fimi su una media ponderata tra acquisti e ascolti su piattaforme premium) si è tarata come non mai negli ultimi decenni su artisti seguiti da adolescenti e pre-adolescenti.
Secondo le classifiche diramate il 1° dicembre dalla piattaforma musicale, l’artista più ascoltato nel 2020 è Tha Supreme, seguito da Sfera Ebbasta e da Marracash. Tutti e tre vengono dal mondo del rap, e i primi due in particolare hanno un pubblico con età media bassa (Tha supreme stesso è addirittura nato nel 2001).
Se, concerti a parte, i soldi li fanno gli streaming, con annesse sponsorizzazioni di marchi di moda su Instagram e Tik tok, gli artisti puntano su produzioni più rotonde, accattivanti, “piane” potremmo dire, e linguaggi di facile presa per un ascoltatore di 12-13 anni, e vengono premiati dall’algoritmo che li mette in coda nell’ascolto casuale della piattaforma.
A sua volta, in un circolo vizioso, Spotify spinge sempre di più questo tipo di produzione che porta una permanenza maggiore del consumatore dentro il “recinto”.
Cosa sta comportando questa dinamica?
Che i musicisti che fanno una musica più complessa e meno immediata vengono espulsi dal mercato. E più non riescono a camparci, meno sono spinti a provare quella musica. Facciamo un esempio per paradosso: se Lazza, nome d’arte del trapper Jacopo Lazzarini, che ha studiato pianoforte al conservatorio, avesse proposto musica “colta” invece che pezzi trap, oggi probabilmente avrebbe bisogno di fare un altro lavoro per vivere. Il capitalismo social spinge la produzione musicale ad un appiattimento verso generi e artisti che si adattano meglio all’ascolto compulsivo, distratto e bulimico di musica dei millennials.
di Lorenzo Misuraca, selezione da "lavoroculturale.org", 8 dic. 2020 - https://www.lavoroculturale.org/capitalismo-social/lorenzo-misuraca/


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