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Colpe e responsabilità.

14 ago 2019
Tempo di lettura: 4 min

Aggiornamento: 30 ago 2019


CONTRO LA CULTURA "USA E GETTA".


Quando mi guardo in giro e passo in rassegna quello che mi piacerebbe seguire (a parte le serate al Monk), e non parlo solo dell’estate, ci sono ben poche cose che attirano la mia curiosità, da cui purtroppo spesso mi tiene lontana anche la scarsità di pecunia a disposizione; sì, perché tutto costa, e costa caro! E troppe volte anche esageratamente caro!

No, non sto parlando dei vecchi e consolidati miti dei miei anni, ormai mummificati e che ricevono, nonostante tutto, il plauso e il codazzo di tanti miei coetanei, oggi inseritisi più o meno in questo sistema lucrativo e di consumo “usa e getta”, in cui sono affondate tante proposte dello show-business.

Lontani restano i tempi (ma anche questi, credetemi, non più così tanto rimpianti) delle ‘Estati Romane” di nicoliniana memoria, con quel meticciato anche irriverente a volte, fastidioso spesso, raffazzonato e approssimativo quasi sempre. Ma almeno lì c’era un fiume carsico che investigava, cercando quantomeno di salire alla luce, tracciati e orme poco battute in quei modi lì, allora.


Fino al giorno prima era stato l’Associazionismo Politico che ci aveva provato a raccordare filoni di cultura di massa, e talvolta anche d’avanguardia, e impegno politico (Parco Lambro, le feste di Re Nudo, Licola...). L'importante era stare insieme negli spazi “liberati” delle città o delle spiagge, spazi conquistati con un lavoro di mesi e mesi, anche di anni, per creare un circuito alternativo dove gioire della musica e delle altre forme d’arte (poesia, reading, teatro, danza..) tutti insieme, così come tutti insieme si stava nei collettivi o nei comitati di quartiere o nelle scuole/fabbriche.

Con la crisi del Movimento sul finire degli anni ‘70, tutto sembra ributtato all’aria, le idee riprendono a sparpagliarsi, a non trovare più nessun minimo comune denominatore, rinchiusi “in tante celle” si faceva a chi parlava più forte o c’era chi cercava vie mistiche, macrobiotiche, tutte molto personali (nessun connotato negativo in questo ma) perdendo la dimensione di comunione, di interazione, di comunicazione; monadi che con difficoltà riuscivano anche solo a salutarsi dopo anni di lavoro nelle strade e nelle piazze.



E così, dopo i palchi bruciati, i business-men della musica dal vivo e della discografia, mano a mano, riprendono saldamente le redini dei passaggi culturali. Non più festival all’aperto, ma concerti nel chiuso dei palazzetti e negli stadi, tutti rigorosamente sorvegliati e disinfettati. I concerti si torna a pagarli, cari miei, e salati! Vuoi vedere l’AntiAmerica di Patti Smith o i nuovi miti emergenti degli ‘80? E allora paga! Sborsa quattrini, e assai!, sennò vattene a casa, morto di fame!



Ma già all’orizzonte c’era stato un segnale in alto mare, quell’”Estate Romana” di Nicolini che di colpo rimette molte cose in ballo; per alcuni, i soliti benpensanti/bigotti/fascisti, è lo scandalo, si tratta di provocazioni, di autentico sperpero di denaro pubblico per raccattare consensi che si sarebbero trasformati in voti alle prossime scadenze elettorali, e tutto questo con i soldi di tutti i contribuenti, per favorire una minoranza di spiantati e sinistrorsi disperati.

Ma con quel po’ di ‘apristrada’, le Amministrazioni Pubbliche in quasi tutta Italia cominciano a misurarsi con una cultura “altra”, fino a quel momento relegata nei cinemini-off, nei teatri in sottoscala, nei centri sociali occupati. Ma, com’è insito nelle cose di questo mondo, c’è qualcosa che viene fuori e che mina ben presto alla radice questo tipo di esperienze e sto parlando del cosiddetto “effimero” che travolge le rassegne, nel tentativo di accontentare sempre più i meno esigenti e abbassare il coinvolgimento delle masse più socialmente attente ai campi della cultura vera, dal basso.



Oggi, creare cultura non-usa-e-getta, organizzare spazi liberati dalle leggi del mercato, riprendere piano piano in mano i fili di esperienze originali e inedite è tornato ad essere un lavoro difficile, faticoso, che ti spezza le reni, che richiede, in chi apre spazi e in chi richiede giustamente spazi liberati, sempre più un rapporto di stima e di orgoglio condiviso.



Noi del MONK abbiamo scelto di non guadagnarci niente e, casomai ci dovessero avanzare 10 euri in cassa, lo reinvestiremo immediatamente nel progetto successivo.

In questo impegno assunto di fronte al nostro senso di responsabilità (e non di colpa), abbiamo trovato tanti e tanti artisti, giovani e meno giovani, tutti bravissimi e importanti per la nostra crescita di donne e uomini sensibili, che ci stanno aiutando a non far perdere il valore della condivisione, nel continuare la nostra reciproca Resistenza al sistema “dio-denaro”, per fare in modo che, almeno qui, nei nostri spazi, magari per una sera, si torni a respirare aria di Libertà e Solidarietà, Cultura, Amore e Sorrisi.


E così diciamo ancora una volta grazie agli artisti tutti che ci sostengono e che fanno il viaggio insieme a noi e che ci credono come ci crediamo noi nel voler restare indipendenti e liberi, e grazie al nostro pubblico che è e resterà uno dei migliori pubblici in giro per l’Italia, capace di ascoltare con il cuore che batte al massimo e che sa ancora cosa significa emozionarsi.



Lo staff.

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